Il prezzo del corpo femminile: l’incontro all’Università con l’attivista Valeria Fonte
“Venditrice di corpi scagionati” è stato il primo dei due incontri organizzati da Udu e dall’Università di Verona per il mese dedicato alla donna. Oggi il secondo appuntamento con Jennifer Guerra.
In occasione della Festa della Donna, Udu e l’Università di Verona hanno organizzato due incontri sul femminismo. Dopo il successo del primo appuntamento Venditrice di corpi scagionati: il corpo può avere un prezzo, chi lo decide? con Valeria Fonte, arriva oggi alle 17 il secondo e ultimo appuntamento di questo breve ciclo di incontri con la scrittrice e giornalista Jennifer Guerra nell’aula 1.4 del Polo Zanotto.
Valeria Fonte, attivista e speaker, ha incontrato il 10 marzo gli studenti dell’Università di Verona al Polo Zanotto. Con il suo racconto e le sue parole ha portato i partecipanti a riflettere sul corpo femminile da diverse prospettive.
Il tema è stato presentato attraverso degli spot pubblicitari, come se le donne e il loro corpo fossero un prodotto che necessita di una campagna marketing, come se fosse qualcosa che ha veramente un prezzo. A questo punto, proprio come nel titolo dell’incontro, ci chiediamo chi decide questo prezzo.
Fin da bambine siamo viste come un oggetto bello e perfetto, perché è questo ciò che una donna dovrebbe far apparire: la sua bellezza. Ed è qui che Valeria si pone una domanda: «Siamo belle solo quando siamo naturali, senza filtri, senza trucco come le bambine. Ma se siamo belle al naturale perché i peli non piacciono e non sono naturali?».
Alla fine se ci pensiamo le donne vengono sessualizzate sempre, in ogni occasione, in ogni fase della loro vita e, come dice Valeria, anche da morte.
Ciò che però le pubblicità non fanno vedere è il prezzo che le donne devono pagare a causa di questi atteggiamenti nei loro confronti. Il genere femminile è sempre alla ricerca del prezzo da pagare: non per la propria bellezza ma per la libertà di essere belle senza limiti e confini.
Il prezzo d’acquisto è quello economico, solo un numero, il minore da pagare. Il prezzo di sacrificio è invece il prezzo con cui combattiamo tutti noi nell’ambito della famiglia, della scuola o sul posto di lavoro. Lo troviamo in ogni posto, in ogni nostro pensiero.
«Quante volte ci siamo chieste “cosa penseranno di me?” – dice l’attivista -. È così che siamo state abituate fin da bambine. Siamo abituate a non deludere le aspettative della nostra famiglia, non siamo abituate ad essere arrabbiate. Non ci hanno insegnato a rompere le regole e ad alzare la voce. Ci siamo spesso sentite dire “perché se sei bella cosa vuoi di più?».
Infine il prezzo di riscatto, quello che si paga quando sono stati fatti molti sacrifici, si paga quando si diventa egoisti e si pensa a sé stessi e non più a quello che gli altri pensano di noi.
«E noi vogliamo essere egoiste – afferma Valeria Forte -, vogliamo avere la libertà di fare cose sbagliate e sporche perché non è detto che essere femministe voglia dire per forza fare un passo avanti».
Bisogna correre il rischio di fare cose sbagliate e ciò che ci permette di farlo, nonostante il rischio, è la rabbia: una rabbia positiva che ci spinge a provarci. È l’odio positivo che ci porta quindi a combattere. Siamo consapevoli però che la tolleranza non c’è sempre e che ogni tanto bisogna anche trovare dei compromessi con chi ci circonda e non condivide le nostre stesse idee, altrimenti significherebbe combattere sempre, anche se, aggiungerei, è ciò che ogni donna fa tutti i giorni.